La banca perduta?

La notizia che il Piano di salvataggio della Carige prevede la chiusura di 108 filiali - non meno di 45 entro la fine dell’anno - è stata ampiamente e variamente commentata.

Sempre nell'ottica della crisi del sistema italiano del credito. Trascurando che certi istituti sono qualcosa di più, e magari profondamente  diverso, di una semplice banca che maneggia denaro.
Sono punti di raccordo che uniscono reti altamente complesse, politiche e sociali.
Questo valeva certamente per il Monte dei Paschi di Siena; questo vale altrettanto per la Cassa di Risparmio di Genova e Imperia, prima di tutto l’ultimo baluardo (in procinto di crollare) del “posto sicuro”, in una città e in una Regione che fino alla metà degli anni Ottanta risultavano la capitale del lavoro garantito.
Inoltre - come è stato sottolineato più volte riguardo all’istituto senese (ma non per quello genovese) - la banca aveva assunto da tempo immemorabile il profilo del tavolo di negoziazione/compensazione dei rapporti di potere presenti nel territorio.
Si potrebbe dire un soggetto politico, impersonificato per decenni dal suo dominus: il Giovanni Berneschi, entrato in Carige come semplice impiegato e asceso gradatamente ai supremi livelli.
C’è motivo di credere come buona parte delle sofferenze, che ora i risanatori si trovano a dover affrontare in Carige, siano strettamente dipendenti dagli impegni assunti per via del ruolo nell’arena del potere; prima e più di quello apparentemente “naturale”, esercitato quale intermediatrice di risorse finanziare.
Tanto che a un certo punto, nella moria inarrestabile degli altri centri di comando cittadini, quello esercitato dalla banca di vico Casana finì per diventare egemonico; e poi sempre più solitario. Tendenzialmente assoluto.
Sicché - come diceva lord Acton - “il potere corrompe, il potere assoluto corrompe assolutamente”. E così facendo prepara la propria rovina.

Pierfranco Pellizzetti

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