Esportare merci o tecnologie?

La prima nave interamente cinese porterà la firma di Fincantieri. Durante l’undicesima edizione del “China Cruise Shipping and International Cruise Expo”, che ha preso 

 avvio ieri a Tianjin, Fincantieri e China State Shipbuilding Corporation (Cssc) hanno sottoscritto con Carnival Corporation e Cic Capital Corporation un accordo per costruire le prime navi da crociera destinate al mercato del Far East. Fincantieri e Cssc fungeranno in partnership da “prime contractor” del cantiere Shanghai Waigaoqiao Shipbuilding, incaricato di realizzare una coppia di liner; con l’opzione per due ulteriori unità.
Le nuove navi saranno basate sulla piattaforma della classe Vista, messa a punto da Fincantieri per il gruppo Carnival; mentre il loro design sarà appositamente personalizzato secondo i gusti specifici dei clienti locali del nuovo brand marittimo. Le prime consegne sono previste per il 2022.
L’accordo di ieri fa seguito a quello preliminare dello scorso luglio tra Fincantieri e Cssc, finalizzato allo sviluppo dell’industria crocieristica cinese.
Una notizia che ci è stata presentata nei toni trionfalistici del grande successo manageriale italiano. Tuttavia, ragionando con un minimo di attitudine prospettica: è tutto oro quello che luccica?
Forse può valere al riguardo tenere conto di un’altra storia italo-cinese, con altrettante attinenze logistico-marittime: fino agli anni Novanta il mercato americano del gres porcellanato era un monopolio del made in Italy. Oggi è quasi esclusivamente colonizzato dal made in China. Allora dai porti tirrenici partivano fior di container  stracolmi di piastrelle fabbricate nel distretto di Sassuolo o ora questo business si è irrimediabilmente interrotto.
Cosa è successo? Presto detto: per anni le aziende emiliane del settore hanno fornito ai distretti manifatturieri dell’ex Celeste Impero i macchinari più avanzati per la produzione di tale articolo, cui ha fatto seguito l’invio di tecnici incaricati di tarare le macchine e istruire le maestranze locali. Ora le imprese cinesi producono direttamente gres di buona qualità a prezzi più bassi, grazie al costo inferiore della manodopera. Tanto da soppiantare gli antichi maestri nei mercati target.
Al tempo stesso riproponendo una nuova edizione della favola della gallina dalle uova d’oro. E confermando tutti i rischi inerenti al costruirsi (pericolosi) concorrenti attraverso la cessione di tecnologie. Un po’ quello che - in prospettiva - pure Fincantieri rischia di aver fatto con l’accordo di Tianjin. Forse è una mossa di astutissimo marketing o forse no. Basta essere consapevoli dei rischi.

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