Il giorno dei robot a Palazzo Ducale

A volte si direbbe che l’establishment genovese nutra nei confronti della ricerca lo stesso atteggiamento degli indigeni Manhattan davanti alle perline con cui gli olandesi si facevano

vendere la loro isola omonima. Il mito della scienza pura (quando il mondo scientifico funziona “come universo di concorrenza per il monopolio della manipolazione legittima”, come metteva in guardia il sociologo francese Pierre Bourdieu).
Non a caso, dietro la presunta “oggettività” della ricerca fanno sistematicamente capolino più che “soggettivi” giochi di potere. Quanto gli storici della scienza ormai sanno benissimo, avendo capito e teorizzato (già nel 1962, con Thomas Kuhn dell’Università di Princeton) che la conoscenza procede per rotture del paradigma dominante; nella contrapposizione tra conservazione e contestazione radicale nei principi-cardine stessi di sistematizzare i problemi. Il classico esempio di come la rivoluzione copernicana riuscì a spazzare via la teoria tolemaica (la terra al centro dell’universo), dopo scontri di inenarrabile violenza. Di cui si ha testimonianza nella messa all’indice e all’esilio che schiantò il corpo e lo spirito del più grande scienziato italiano, Galileo Galilei.
Dunque, il mantra dell’Hi-Tech, con cui si racconta il radioso futuro prossimo/venturo della nostra terra, andrebbe sottoposto a quella revisione critica che stenta a farsi largo tra i fumi d’incenso; sparsi a scopo non si sa se consolatorio o illusionistico.
Oggi è di scena a Palazzo Ducale il solito robottino dalla faccetta buffa che sarebbe destinato a conquistarci nuovi orizzonti anche industriali nella declinazione quale badante antropomorfa. Il fatto è che tale idea è già da tempo in stato di avanzata realizzazione pratica in realtà industriali ben più strutturate della nostra, mentre qui siamo ancora alla fase delle prototipazioni di piccola serie. Curiosità per stupire un pubblico in età scolare e far passare messaggi di chiara valenza politica (a difesa anche di cospicui finanziamenti pubblici) indirizzati a un establishment colpevolmente disinformato. Dunque, giochi di società (e di potere), quando colossi industriali quali Honda e Toyota si apprestano a sfornare robot dedicati alla cura della persona in quantità – appunto – industriali.
Infatti il solo fabbisogno giapponese viene calcolato in 2,4 milioni di “pezzi” all’anno. Mentre qui da noi, nella presunta/promessa capitale della robotica nazionale, neppure si discute delle indispensabili infrastrutturazioni industriali conseguenti in chiave di “prodottizzazione”; per dare effettività a tale (molto poco interiorizzata, criticamente e politicamente) specializzazione competitiva. Non dovrebbe essere già in stato di avanzata discussione, almeno a livello progettuale, l’idea di un apparato preposto a produrre e commercializzare in quantità adeguate, economicamente significative, ciò che allo stato attuale rimane soltanto un gadget da Festival della Scienza?

Pierfranco Pellizzetti

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