Genova salvata dai giovanotti?

Se mezzo secolo fa Elsa Morante avanzava l’ipotesi che i ragazzini avrebbero salvato il mondo, dovremmo prevedere che saranno i giovanotti a salvare Genova?


Non c’è da esserne del tutto sicuri, leggendo l’odierna intervista de la Repubblica al leader ANCE under 40 (si tratta ancora di un giovane? Nei paesi civili sarebbe considerato un uomo maturo a tutti gli effetti) Filippo Dellepiane.
Tanto appare, se l’ennesimo aspirante rottamatore dell’ideologia locale dimostra di credere che il pluridecennale blocco imprenditoriale genovese dipenda da questioni puerili, tipo rivalità e contenziosi. Analisi intrinsecamente buonistica, che prefigurerebbe il superamento dell’impasse “che spegne la città” (che altrimenti – ne deduciamo – sarebbe una “ville lumière”) qualora un sentire di concordia scendesse come grazia divina orientando gli animi al “vogliamoci bene”, anche i più riottosi.
Non turba il giovanile profeta l’idea che forse le ragioni dello spegnimento sono un tantinello più complesse e strutturali. Partendo dalla crisi delle Grandi Fabbriche partecipate dallo Stato, all’ombra delle quali i privati coltivavano vantaggi puramente posizionali. Non sostituiti nel cambio di scenario da concrete iniziative imprenditoriali, non operazioni immobiliari più o meno in maschera. Responsabilità da ripartire in parti uguali tra un ceto politico abbarbicato all’esistente e una borghesia interessata a presidiare status più che promuovere ruoli. Il tutto camuffato nella storytelling di miracoli in arrivo, ovviamente grazie a eccellenze conclamate tali a disco rotto: il porto, che pure perde colpi, l’Hi-tech che non esce dalla sua lunga stagione degli illusionismi…
Ma il vero Settimo Cavalleggeri del presidente ANCE si consustanzierebbe nell’aggancio alla presunta California della corsa all’oro rappresentata da Milano.
Una mitologia con cui dobbiamo fare i conti da lunga pezza. Dal tempo lontano in cui la sciorinava l’emigrato meneghino Piero Ottone fino all’attuale immigrato da la bela Madunina Giovanni Toti.
Ancora una volta l’idea fanciullesca di andare a bersaglio in un sol colpo. Che non sconta il fatto palese di una Milano intenta a leccarsi le ferite, dopo aver ceffato tutte le mosse per rispondere alla sfida post-industriale (persa la gara con Monaco di Baviera per essere il polo fieristico del Sud Europa, ceffata l’opportunità di accompagnare il Nord Est al consolidamento in modello industriale dei suoi spiriti manifatturieri, nei distretti ormai vaporizzati). Del resto non si capisce se tale aggancio, favorito dall’avvento millenaristico del Terzo Valico, si dovrebbe tradurre in uno sviluppo di attitudini genovesi a svolgere ruoli da dormitorio di lusso, oppure dovrebbe incrementare i flussi delle merci. Differenza non trascurabile, visto che la prima ipotesi abbisogna di alta velocità, l’altra di alta capacità.
Insomma, Genova non tornerà a riaccendersi fintanto che le chiacchiere consolatorie la faranno da padrone, in assenza di un effettivo pubblico dibattito con obiettivi – al tempo – demistificanti e progettuali.

Pierfranco Pellizzetti

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