Dopo il 4 dicembre. Cosa ci succede?

Siamo ancora scombussolati davanti allo spettacolo di un Paese che prende a schiaffoni il proprio premier e per la lunga nottata (ora si chiamano “maratone”)

trascorsa davanti allo schermo televisivo, per cercare di capire l’entità del terremoto prodotto dalla consultazione referendaria sulla riforma costituzionale Boschi-Renzi.
Alcuni punti sono chiari, pur nel generale marasma: Matteo Renzi interrompe il proprio volo nei cieli della politica nazionale e il progetto di cui era portatore subisce un arresto definitivo.
Ma quale era questo progetto? Nient’altro che un disegno semplificatorio della realtà italiana, eliminando ogni ostacolo che si parasse innanzi a un decisionismo presentato come la sola scelta salvifica per il Paese in crisi.
Poco importava che per decidere in un sistema politico moderno occorrono due condizioni irrinunciabili: un progetto che stia in piedi e il necessario consenso della cittadinanza, chiamata a conviverci.
Requisiti annullati con una sorta di fanciullesca indifferenza, in quanto intollerabili impedimenti al giocattolo e al gioco con cui ci si intendeva baloccare: svuotare un po’ di strutture istituzionali e accorpare un po’ di organigrammi, il tutto allo scopo di sottomettere lo Stato al capriccio di quarantenni alla Peter Pan (però con le zanne) che si erano issati ai vertici del Palazzo. Ossia eliminare ogni bilanciamento e ogni corpo intermedio per non disturbare la teatralizzazione di una statualità a fumetti.
Il popolo, quello che un tale chiamava “il moderno principe”, ha buttato tutto questo  all’aria domenica scorsa, dichiarando esplicitamente che non è più il momento di baloccarsi irresponsabilmente.
Sicché ora ci si chiede: che cosa succede delle operazioni tuttora in itinere del (giocoso) governo sculacciato dagli elettori? Tutte le costruzioni create con i mattoncini del “lego virtuale” della semplificazione decisionistica: la buona scuola, dove impera dittatore che comanda e tutti zitti (bella maestra di repubblicanesimo civico!), Province e Senato in cui non si eleggevano più i membri ma li designava il governo (alla faccia della democrazia!), le Camere di Commercio anemizzate (al diavolo gli osservatori territoriali) e la sanità regionale commissariata dal centro (compresi i casi virtuosi, Anzi, soprattutto quelli!).
In primo luogo, visto che siamo in Liguria, cosa succederà del progetto top-down di creare nei porti una linea di comando presidente di Authority – ministro designatore, che taglia via ogni controllo da parte della comunità territoriale di riferimento?
Con l’aggiunta della creazione di conglomerati tra scali privi di attinenza con i criteri in campo nella logistica marina, quanto molto funzionali a operazioni di puro politainment (la politica che intorta con la comunicazione).
Insomma, il terremoto di domenica apre innumerevoli cantieri di riflessione, visto che specifici pasticci sono stati fatti e continuano ad andare avanti, mentre la logica che dava loro un senso (seppure perverso) è stata drasticamente rigettata dall’elettorato.

Pierfranco Pellizzetti

liguriaeconomy.it   |   © 2012 DP Media - p.i. 01962480990   |   contattaci   |   privacy & cookies

Le foto presenti su liguriaeconomy.it sono state in larga parte prese da Internet, e quindi valutate di pubblico dominio. Se i soggetti o gli autori fossero
contrari alla pubblicazione, non avranno che da segnalarlo alla redazione, che provvederà prontamente alla rimozione delle immagini utilizzate.